L’Abbazia di Chiaravalle Un ideale di vita incentrato sulla spiritualità
Un luogo straordinario, alle porte di Milano, fondato nel gennaio del 1135 ad opera di Bernardino di Chiaravalle. E’ un complesso monastico cistercense costruito, così come oggi lo ammiriamo, nel corso dei secoli; è uno dei primi esempi di gotico in Italia seppure contaminato da linee romaniche. Una struttura grandiosa dove gli spazi sono stati creati per rispondere a un ideale di vita incentrato sulla spiritualità. Le prime costruzioni realizzate dai religiosi furono provvisorie, infatti oggi non ne resta traccia; fra il 1150 e il 1160 iniziò la costruzione della Chiesa attuale che durò più di 20 anni. Durante il XIII secolo si realizzò il primo chiostro a sud della chiesa, in quello successivo, il tiburio e il refettorio. Nel 1412 venne costruita una piccola cappella, rielaborata nel XVII secolo e oggi utilizzata come sacrestia. Nel 1490 Bramante e Giovanni Amedeo iniziarono a costruire il Chiostro Grande e il Capitolo. Durante il Rinascimento molti pittori e artisti lavorarono all’Abbazia, di quel periodo le opere di Bernardino Luini. Nel 1614 – 1616 i Fiamminghini decorarono le pareti interne della chiesa, ricoprendole di affreschi visibili ancora oggi. Una svolta decisiva nella vita dell’Abbazia si verificò nel 1798 quando la Repubblica Cisalpina cacciò i monaci, trasformando il monastero in parrocchia del paese, vendendone anche i beni. Parte dell’Abbazia venne demolita lasciando intatti: la chiesa, parte del chiostro piccolo, il refettorio e gli edifici dell’ingresso. Nel 1861 per la costruzione della ferrovia Milano-Pavia-Genova il Grande Chiostro venne distrutto. Alla fine dell’ ‘800 l’Ufficio per la Conservazione dei Monumenti comprò l’Abbazia dai privati che vi si erano insediati, iniziò quindi un restauro che durò anni: della torre nolare nel 1905, il ripristino della facciata originaria nel 1926, nel dopoguerra la ricollocazione del magnifico Coro Ligneo nella navata centrale che era stato trasportato a Pavia per precauzione. La svolta, o meglio, il ritorno all’origine è avvenuto nel 1952 quando, per intercessione del Cardinale Schuster, tornarono all’Abbazia i monaci cistercensi che si assunsero l’impegno di ristrutturare la costruzione. Negli anni ’70 vengono restaurati gli affreschi del tiburio e successivamente si è proceduto al risanamento contro l’umidità, il rafforzamento delle fondamenta, il rifacimento dei tetti e altri lavori. Questo complesso monastico appare in tutta la sua magnificenza in un paesaggio di aperta campagna, luogo naturale delle abbazie cistercensi; da lontano la visione è incantevole! E adesso entriamo parlando sottovoce, assaporando questa atmosfera di profonda spiritualità che predispone l’animo all’emozione e al raccoglimento. Innanzitutto guardiamo in alto: la bellissima torre. “La Cièsa de Ciaravall la ghà cinqcentcinquantacinq ciribiciacolitt”. Una filastrocca in dialetto milanese rende l’idea della particolarità di questi pinnacoletti conici che ornano la torre, considerata nel passato punto di riferimento, faro di orientamento per gli abitanti della campagna circostante. La torre diventa il simbolo che rappresenta lo slancio dell’animo verso il cielo. Infatti sale partendo dal Tiburio, con due sezioni di forma ottagonale di diversa altezza; da una corona balaustrata si lancia verso il cielo la cuspide conica in mattoni disposta a spina di pesce: un cono che sorregge un piccolo mappamondo sul quale si appoggia la croce. Ognuna delle tre zone dell’ottagono, il Tiburio e la torre, è suddivisa a sua volta in due piani, tutti di altezza diversa. Ogni parte di queste zone è ricca di archetti pensili di varie forme, con cornici lavorate e accompagnate da pinnacoli conici bianchi. Le bifore, trifore, quadrifore sono formate da marmo di Candoglia, le monofore invece, dando un tocco raffinato, sono in cotto. Non si conosce esattamente né la data di costruzione né l’autore, si pensa agli inizi del 1329-’40 e si fa il nome di Francesco Pecorari per l’affinità con altre sue opere. A questo punto ci troviamo davanti al portone d’ingresso, lo attraversiamo. Siamo sotto una torre, ai lati i resti delle mura che circondavano tutto il monastero. A sinistra c’è la chiesetta di San Bernardo, tutta in cotto costruita nel 1412 per le donne che non potevano entrare nella Chiesa in Abbazia, all’interno tracce di affreschi attribuiti a Callisto Piazza. Sulla destra un’altra chiesetta sempre dedicata a San Bernardo, affiancata da un lungo edificio: la foresteria. Attraversato il portone si entra nel piazzale, dapprima quasi un corridoio, poi si allarga e ci si trova davanti alla facciata della Chiesa. E’ una facciata a capanna, con 3 arcate in linea con i tre ingressi. Particolari sono le sei pigne sopra la balaustra sorretta da un architrave. Il portone centrale è caratterizzato dalla forte strombatura con esili cordoni e piccoli capitelli di stile francese. I battenti sono in legno e nei riquadri le immagini di quattro Santi scolpiti; in alto lo stemma: la cicogna con mitra e pastorale. Le due porte laterali risentono del periodo barocco in cui sono state rifatte. Si varca la soglia e si entra in Chiesa, essenziale nel disegno semplice, l’insieme è massiccio, con un senso di assoluta stabilità. E’ a croce latina con tre navate. Quattro campate formano il corpo centrale, una quinta, più piccola, forma il presbiterio. La copertura delle volte è a crociera con costoloni. Archi e costoloni sono molto pronunciati e si impostano molto bassi. Le volte delle navate laterali, invece, sono a crociera liscia, senza cordonatura. La luce penetra dal rosone posto sulla facciata e dalle finestre a tutto sesto aperte sopra i tetti delle navate laterali. Impossibile stabilire a quale stile appartenga la Chiesa perché i monaci che la costruirono, erano probabilmente alla ricerca di un nuovo equilibrio che rende questa architettura così particolare da essere motivo di studio per gli storici. Gli affreschi dei Fiamminghini sono visibili ancora oggi, i due fratelli Giovanni Battista e Giovanni Mauro della Rovere, lavorarono moltissimo: colori vivaci, fantasia, particolari realistici e scenografici, ma i volti sono spesso poco espressivi e l’impatto è privo di emozione. Tutto ciò in contrasto con le originarie intenzioni di San Bernardo che aveva proibito ogni forma di decorazione nelle chiese del suo ordine, sia per esigenze di povertà che per tenere le menti dei monaci sempre dedite alla meditazione e alla preghiera. Ma ciò che più colpisce entrando in chiesa è il Coro Ligneo, posizionato sotto la quarta campata centrale. Stupendo, tutto in noce, intagliato da Carlo Garavaglia, è formato da due file parallele di stalli, 22 gli scomparti nella parte superiore, 17 nel piano inferiore. I 44 pannelli dei postergali nella parte superiore sono lavorati in bassorilievo e rappresentano episodi della vita di San Bernardo, anzi, per la precisione, formano una delle più belle bibliografie della vita del Santo. Ancora oggi in questo magnifico Coro Ligneo i frati recitano le loro preghiere con canti gregoriani, elevando verso il cielo infinito le loro invocazioni. In quei momenti pare che il tempo si sia fermato ed è emozionante partecipare e condividere il loro canto. Da una scala laterale si accede al dormitorio, in cima splende una bellissima Madonna col Bambino, opera del Luini; è detta “ Madonna della Buonanotte” perché salutata dai frati la sera, prima di coricarsi. Ha una particolarità, il Bambino è posizionato sul lato destro, mentre normalmente è appoggiato sul braccio sinistro della Madonna. Su questa Abbazia tanto è stato scritto e tanto ci sarebbe da raccontare, ho avuto il piacere di essere accompagnata in un piccolo percorso turistico da uno dei frati cistercensi che da anni vive in questo luogo. Così la nostra visita continua. Un tiepido sabato pomeriggio suono il campanello della portineria e vengo accolta da un simpatico frate nell’ala più recente dell’Abbazia. Padre Bernardo mi racconta la vita intensa condotta dai frati, fatta di preghiera e di lavoro, ma anche l’impegno con i turisti spesso in visita al complesso monastico, e i parrocchiani: famiglie, fidanzati, oratorio, catechismo. Attualmente vivono nel convento: 15 frati di età compresa fra i 32 e gli 83 anni, 5 ragazzi brasiliani che oltre a fare esperienza spirituale, studiano e 2 famigliari, uomini adulti che, pur essendo laici , dedicano la loro vita al monastero. L’Abbazia è anche attrezzata per ospitare persone, massimo 10, che vogliono fare esperienza di meditazione e silenzio, per un periodo non superiore a sette giorni. Il Monastero è proprietà del Demanio, ma la manutenzione sia ordinaria che straordinaria compete ai frati; è un grande complesso e sicuramente si può comprendere quanto sia impegnativo mantenere in buono stato tutta la struttura. Come dice Padre Bernardo molto è dovuto anche all’aiuto dei privati, come il Chiostro che è il Centro della vita monastica. Molto suggestivo con archi traversi in cotto, in cotto anche la cordonatura tondeggiante delle volte a crociera. Sopra la porta un affresco di Gaudenzio Ferrari:” Vergine in trono con Bambino onorata dai Cistercensi”; vicino lo stemma della cicogna e la famosa lapide con la data della fondazione. E’ Padre Bernardo che mi fa notare la particolarità della posizione del Bambino nella Madonna del Luini. Il travaglio che nei secoli ha sopportato questo complesso monastico è grande, tanto che durante i periodi bui, quando l’abbazia era abitata dai privati, le famiglie per sopravvivere vendettero le porte di noce e le colonne del Bramante. Anche il pulpito del refettorio, che un tempo serviva per la lettura durante i pasti, si trova oggi in una villa privata. Ancora oggi i frati mangiano in silenzio, mentre uno di loro, ad alta voce, legge le sacre scritture. E’ bellissimo il Refettorio, molto ampio, tanto ampio che nel periodo invernale i frati consumano i pasti in una sala attigua più piccola, ma più agevole da riscaldare. La Sala Capitolare è trasformata in Cappella, utilizzata per le preghiere sia in inverno che quando la Chiesa è occupata per qualche rito o cerimonia, qui sono ben visibili i graffiti del Bramante. Il simpatico e gentile frate mi fa poi visitare l’esterno: gli orti, il pollaio, pieno di marroni galline ruspanti che consentono ai frati la vendita di uova e polli; il mulino restaurato che un tempo fu l’abitazione per 13 famiglie e un bellissimo giardino da meditazione, utilizzabile anche dagli ospiti, con alberi secolari e panchine di marmo. Il piccolo giro turistico si conclude qui, con gli occhi e il cuore pieni di nuova conoscenza e la mente offuscata da un intenso profumo di biancospino che fa da contorno a questa atmosfera surreale di silenzio e di pace, in un tempo senza tempo: pare veramente di essere stati nella casa di Dio!