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SANTA MARIA DELLE GRAZIE

Mappa
Via:
Piazza Santa Maria delle Grazie
Cap:
20123
Città:
Milano
Provincia:
iTALIA
Paese:
Paese: it

Descrizione

SANTA MARIA DELLE GRAZIE

La piazza, la chiesa e l’ultima cena di Leonardo

L'impatto visivo, arrivando in Piazza Santa Maria delle Grazie, è notevole. La piazza è piccolina, raccolta, non toglie il respiro ma infonde tranquillità. Ci sono palazzi stupendi che la guardano da Corso Magenta e da Via Mascheroni, preziosi ed imponenti, che nessuno ha osato toccare se non per conservarne l'antica magnificenza e che avvolgono la piazza come un manto regale. Se si sbircia all'interno dei cortili, inviolate testimonianze d'epoca, si scorgono bianche statue fare capolino da verdi giardini, anch'essi dal vecchio sapore di cose curate per centinaia di anni con tanto amore e tanta abilità. Si intuiscono, all'interno dei palazzi, pavimenti marmorei tirati a lucido, ampi saloni dal soffitto altissimo e camere da letto i cui copriletto non possono essere altro che di pesantissimo, arabescato raso. Ma la piazza non è altro che la matrioska “madre” che racchiude, come gemme incastonate l'una nell'altra, una “figlia” bellissima, la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, ed il “seme”, l'elemento più piccolo della matrioska, ma anche il più prezioso, che si trova a sua volta nel grembo della chiesa. Un seme che tutto il mondo ci invidia: “L'ULTIMA CENA” di Leonardo da Vinci.
E' il 10 Settembre del 1463 quando Francesco I Sforza dà il via ai lavori per la costruzione di un convento domenicano, su un terreno del conte Gaspare Vimercati che si trova a fianco di una cappelletta già dedicata a Santa Maria delle Grazie. Il lavoro è affidato a Guiniforte Solari, ingegnere capo del Duomo di Milano, ed è completato nel 1469. In un momento immediatamente successivo, inizia l'edificazione della chiesa nello stile tardo gotico-lombardo di cui Solari era un illustre rappresentante. Un bellissimo portale marmoreo ci accoglie all'entrata della basilica suddivisa, all'interno, in 3 navate con 7 campate e cappelle laterali. Uso un termine banale ma sempre efficace: è bella la chiesa, proprio bella. Una cappella ospita oggi raffinati affreschi rappresentanti le Storie della Passione di Gaudenzio Ferrari ed accoglieva, tempo addietro, l'Incoronazione di Spine del Tiziano, oggi al Louvre. Notevole è anche la vecchia sagrestia all'interno della quale troneggiano possenti armadi in legno pregiato. Ma ecco che, nel 1490, si insinua nella gestione dei lavori il Duca Ludovico il Moro che, da buon nuovo proprietario, vuole giustamente far sì che la sua impronta resti ben visibile ai posteri. Ludovico intende trasformare la chiesa nel mausoleo di famiglia. Assegna il compito a tre grandi dell'epoca, il Bramante, Leonardo da Vinci e Cristoforo Solari: il primo viene incaricato della costruzione di una nuova tribuna, il secondo della stesura di un affresco raffigurante l'Ultima Cena, ed il terzo dell'intarsio del coperchio di un sarcofago, da collocarsi al centro del coro sovrastato da una bella volta ad ombrello, per le spoglie sue e della moglie Beatrice d'Este. Nemmeno un pensierino per Cecilia Gallerani, sua adorata amante, che, come si conviene al suo lussurioso ruolo, deve starsene sullo sfondo, accontentandosi solo di un “regalino”: il palazzo di via Broletto, in cui oggi ha sede l'Ufficio delle Imposte, testimone dei suoi momenti di violenta passione fra sfarzo ed ermellini con cui farsi ritrarre da Leonardo. Ma torniamo ai luoghi sacri. Sembra che Ludovico faccia costruire anche un sotterraneo di congiungimento fra la basilica ed il Castello Sforzesco mentre, nei suoi intendimenti si affaccia anche l'idea del rifacimento della facciata della chiesa, opera mai ultimata a causa della morte di Beatrice nel 1497 e della caduta di Ludovico due anni dopo. Ad oggi, non esistono tuttavia certezze riguardo ai lavori effettivamente attualizzati dal Bramante, tranne la tribuna a base cubica e su cui si innestano le absidi laterali, mentre sembra che i successivi lavori siano stati messi in opera da Giovanni Antonio Amadeo, scultore, ingegnere ed architetto. Nel 1943 un bombardamento distrugge la biblioteca, il chiostro dei morti e tutto il refettorio, tranne, miracolosamente, il muro su cui è dipinto il Cenacolo Vinciano. E siamo così finalmente giunti all'ospite imperiale della basilica, al capolavoro di Leonardo che il genio, si pensa, approccia con la solita “nonchalance” riservata ai lavori di pittura, intralci alle sue ricerche scientifiche, sua autentica passione, ai quali si piega solo per sbarcare il lunario. Ma la grandezza di Leonardo è più forte di lui e delle sue preferenze. Nemmeno lui, forse, sa che sta per partorire una delle più grandi opere pittoriche ti tutti i tempi. Commette però un errore, non certo di esecuzione ma di tecnica: al posto dell'affresco, che costringe a dipingere il più alla svelta possibile sull'intonaco umido, e che rende difficoltosi i ritocchi, sperimenta una sorta di pittura misto olio/tempera che possa consentirgli il rimaneggiamento dell'opera a suo piacimento. Scelta infelice, che serve a procurare pane e companatico non solo a lui ma anche allo stuolo di restauratori che, per secoli, sono dovuti intervenire per la salvezza del lavoro. Dopo ennesime ricoperture, è stato solo nel 1999, con la rimozione di tutti i vecchi substrati, che si è riusciti a far riemergere i contorni originali del dipinto la cui fragilità viene protetta da impianti che mantengono costanti temperatura ed umidità, purificando nel contempo l'aria. Le pareti laterali del refettorio in cui si trova il Cenacolo sono spoglie, tranne che per la presenza di ghirlande simboliche, a ricordo della famiglia Sforza, tratteggiate in alto. E' innovativa l'Ultima Cena. Molto innovativa. Leonardo non si limita a porre dei personaggi intorno ad un tavolo, in atteggiamenti più o meno significativi, ma, come un provetto regista, crea sguardi e gesti che trasformano una scena muta in sonora, una immagine statica in un film. Il momento è quello in cui Gesù comunica ai discepoli che uno di loro lo tradirà. L'impressione che ho avuto è stata quella di vedere una magnifica fotografia in cui si è riusciti a cogliere, contemporaneamente, tutti i protagonisti al massimo della loro espressività. Quanto narrato dai Vangeli viene reso come nessun altro era riuscito a fare prima, e mai riuscirà a fare dopo. Gesù è solo, al centro della scena, così come lo sarà sempre di più da quel momento in poi, mentre gli apostoli commentano fra di loro, in gruppetti, la notizia bomba appena ricevuta. Lo pseudo affresco ha un vantaggio collaterale non indifferente: dovrà restare sempre lì e nessun museo al mondo potrà mai averlo. Per sempre nostro e solo nostro.
Milena Moriconi
  
 
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