LA STORIA DI MARIANNA Al Castello Sforzesco la «vera» Monaca di Monza
Mauro De Sanctis
Il lavoro storiografico è narrazione. Allo stesso modo, sotto lo stesso aspetto e nel medesimo momento l’opera d’arte, quella di taglio storico, certo, ma non solo, è ridisposizione delle istantanee della memoria, riformulazione del filo discorsivo che tiene in stretta relazione il presente temporale con il passato storico che gli si sottrae, rilegatura dei nodi linguistici che fermano la zattera dell’accadere immediato alle sempre differenti acque del trascorrere temporale. Marianna era la nipote di Antonio de Leyva, primo governatore spagnolo della città di Milano, condottiero al fianco degli Sforza e di Carlo V nella guerra che oppose, nel Cinquecento, questi ultimi a Francesco I di Francia. Fu la nobiltà del suo sangue la causa dell’appellativo che per tutta la vita la segnò come «la Signora»; sacrificata dai suoi più stretti parenti sull’altare della ragione del casato, costretta a prendere il velo contro la sua volontà, fu quella medesima nobiltà di sangue a rivoltarsi contro se stessa, conducendola verso le profondità di un abisso dove lussuria, sacrilegio e omicidio aprirono l’unica possibile via alla salvezza, alla redenzione dall’assurdo di una santità indotta. In questo modo fu monaca a Monza, divenne suor Virginia Maria; ma certo è conosciuta meglio con il nome di Gertrude, che Manzoni volle dare al personaggio che nel suo romanzo più famoso incarna l’umanità radicale di Marianna, il suo efferato soffrire. Ma non solo Manzoni: il vertiginoso dolore di questa figura che non ha oltraggiato il sacro con la propria indifferenza, ma lo ha onorato con il sacrilegio non aveva altro da offrire, mite fino all’erotismo e fragile fino all’assassinio delle sue consorelle, ha attirato su di sé l’attenzione di molti autori che ne hanno fatto tema centrale di un gran numero di opere letterarie, ma anche pittoriche, teatrali e cinematografiche. Dal 24 novembre 2009 fino al 21 marzo quello stesso Castello Sforzesco di Milano in cui Antonio de Leyva aveva stabilito il quartier generale delle proprie truppe ospiterà una rassegna dedicata alla figura di Marianna, alla sua vicenda storica ed alle numerose riletture e rielaborazioni che gli sguardi di molti artisti hanno saputo formulare nei secoli successivi alla fine della sua tragica vicenda. L’esposizione vanta la presenza di importanti documenti storici quali gli atti del processo che vide suor Virginia Maria e il suo amante, Gian Paolo Osio, accusati e condannati, tra le altre cose, per l’omicidio di una giovane conversa che aveva scoperto la loro relazione; atti che testimoniano della condanna a morte del nobiluomo monzese, e della terribile pena inflitta alla Signora, murata viva per quattordici anni in una cella, senza aperture «se non tanto spiracolo bastante a pena per dire l’Ofitio». Le lettere di supplica della monaca a Federico Borromeo rimangono a memoria della sua richiesta di perdono. E ancora, il volto di Marianna è indagato nelle tele di maestri del calibro di Hayez, Mosè Bianchi e Previati, mentre cinema e teatro non fanno mancare esempi dell’esplorazione dei territori di una psiche condannata al tormento ancora prima di venire al mondo. «La monaca di Monza», una produzione Alef con il patrocinio di Opera d’Arte Milano, è così l’occasione anche per sviluppare una rivisitazione dei luoghi che hanno fatto la storia della Lombardia del ‘600, oltre che per un’analisi del tema delle malmonacate che affolla la vicenda letteraria e sociale italiana e non solo – da Dante a Boccaccio, da Pope a Diderot, da Verga a Pascoli a Palazzeschi – ponendo l’accento sul drammatico tema della reclusione femminile, problema sicuramente meno remoto nello spazio e nel tempo di quanto ci sia facile pensare. La vocazione specificamente didattica della rassegna è arricchita da itinerari aggiuntivi che accompagneranno chi vorrà in un viaggio attraverso la Milano manzoniana oppure in una visita al Castello Sforzesco, altrimenti invisibile, proprio perché sotto gli occhi di tutti. All’imbocco di via della Signora a Monza è dipinta una Madonna con Bambino. Madre, amante, santa: l’immagine sublime di tutto ciò che Marianna avrebbe potuto essere, ma di cui non poteva, non c’è davvero altro modo per l’uomo, che incarnare il riflesso in uno specchio rovesciato. La mostra si propone così come un ulteriore livello di lettura di un personaggio storico la cui vicenda non cessa mai di essere rienunciata: ogni nuova narrazione ne finge la verità. È il lavoro dello storico. È il lavoro dell’artista. Dal 24 novembre fino a marzo 2010 al Castello Sforzesco.